Il nuovo direttore della Stampa Maurizio Molinari traccia un quadro degli scenari che si stanno delineando in Medio Oriente alla luce dell’offensiva militare russa in Siria e del cambio di strategia da parte dell’amministrazione Obama.

A cinque anni dall’inizio della guerra civile siriana la massiccia offensiva militare russa contro Aleppo e la disponibilità saudita ad inviare truppe di terra cambiano lo scenario del conflitto.

I jet del Cremlino hanno compiuto negli ultimi sette giorni almeno 800 raid dentro e attorno alla più grande città siriana di cui il regime di Bashar Assad vuole ottenere il completo controllo per infliggere ai ribelli una sconfitta tale da cambiare le sorti del confronto bellico.

Mohammed bin Salman, ministro della Difesa di Riad e figlio del re saudita, ha dato la disponibilità ad inviare in Siria contro Assad contingenti di truppe di terra – seguito da Bahrein ed Emirati Arabi Uniti – prospettando un intervento pansunnita modellato su quanto realizzato in Yemen contro ribelli filo-iraniani e gruppi jihadisti. Mosca e Riad si confermano in questo modo nel ruolo di leader delle opposte coalizioni in lotta per decidere il controllo di Aleppo, le sorti della Siria e gli assetti del futuro Medio Oriente.

Dietro Vladimir Putin vi sono l’Iran, il regime di Assad, l’Iraq e una legione straniera di miliziani sciiti coordinata dalla Forza al Qods mentre re Salman guida una coalizione di almeno 30 nazioni sunnite. In comune hanno l’avversione per il Califfato jihadista di Abu Bakr al-Baghdadi, che si rimproverano l’un l’altro di appoggiare.

La novità è nel cambiamento che matura a Washington sul duello fra russi e sauditi. Questa settimana a Bruxelles il capo del Pentagono, Ashton Carter, vedrà Mohammed bin Salman per discutere le modalità di un possibile intervento saudita in Siria nell’ambito della coalizione occidentale.

Fra le ipotesi c’è l’accesso di contingenti arabi dalla Turchia – Paese Nato nonché alleato dei sauditi – per proteggere le decine di migliaia di civili in fuga da Aleppo in fiamme.

A confermarlo c’è la reazione di Walid al-Muallem, ministro degli Esteri siriano fedelissimo di Assad, che avverte i Paesi sunniti: «I soldati stranieri che entreranno nel nostro Paese lo lasceranno dentro le bare».

Jeffrey James e Sooner Cagaptay, analisti del «Washington Institute», descrivono quanto sta avvenendo come una conseguenza del «risveglio» dell’amministrazione Obama, paragonabile alla decisione che portò il presidente americano Bill Clinton ad intervenire nelle guerre balcaniche a metà degli Anni Novanta per porre termine tanto a crimini di massa quanto ad un pericoloso domino di instabilità regionale.

Sarà l’esito della missione europea di Carter a dare il polso di quanto avverrà con gli sceicchi del Golfo ma l’interesse del presidente Barack Obama è invertire una dinamica mediorientale che al momento premia i suoi avversari: i jihadisti dello Stato Islamico sul piano tattico e il Cremlino su quello strategico.

La maggiore debolezza della coalizione occidentale in Siria è venuta finora dalla mancanza di valide truppe di terra alleate. In più occasioni i leader di Washington, Londra e Parigi hanno auspicato l’impegno di contingenti convenzionali arabi, per sostenerli dall’aria. La disponibilità di re Salman e degli altri sceicchi a fornirli apre dunque un nuovo scenario. Anche perché c’è una coincidenza di interpretazione fra Washington, Ankara, Riad e Abu Dhabi sui motivi della sospensione dei negoziati di Ginevra per la transizione in Siria: attribuita all’offensiva aero-terrestre russo-siriana per impossessarsi di Aleppo.

(Maurizio Molinari/La Stampa, 7 febbraio 2016)

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