Il 19 gennaio del 1991 ci lasciava Dino Viola, il più grande e amato presidente della storia della Roma. Per ricordarlo a un quarto di secolo dalla sua scomparsa pubblichiamo un brano a lui dedicato tratto dal libro “Nils Liedholm e la memoria lieve del calcio” (Ethos Edizioni).

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Per Dino Viola la presidenza della Roma è stata il coronamento di un sogno accarezzato fin dai tempi in cui frequentava assiduamente da ragazzo il glorioso campo di Testaccio. La sua fede romanista risaliva agli anni delle elementari, allorché vide sfilare un corteo di tifosi sotto le finestre della sua casa. Si fece contagiare dall’entusiasmo di quei ragazzi e fu amore a prima vista per quelle bandiere colorate di giallo e rosso. “Andavo a Campo Testaccio partendo da via Labicana sui respingenti dei tram – ha raccontato in un’intervista. “Ho giocato a Testaccio nei ragazzi giallorossi con mister Burgess. Poi il mio amico Silvio Piola mi portò alla Lazio per un provino, andò bene, non continuai solamente perché ero attratto dai colori della Roma”.

Nato ad Aulla nel 1915, i suoi genitori lo mandarono a Roma in età giovanissima per studiare. Si laureò in ingegneria e, dopo una vita trascorsa nell’industria meccanica, prima da dipendente alla Piaggio e in seguito come imprenditore, a un certo punto prese la decisione di dedicarsi anima e corpo alla sua amata Roma.

Quando rilevò la squadra nel 1979 aveva già in mente di rompere una volta per sempre i ponti con il passato, con la Roma dei palazzinari e dei presidenti che si divertivano a smontare da un giorno all’altro la squadra, dei calciatori poco avvezzi al sacrificio e che non di rado si lasciavano sedurre e tentare dal mondo dorato della “dolce vita” capitolina. In definitiva con un mondo nel quale difficilmente si sarebbero potuti creare i presupposti per competere con i grandi club del Nord, a cominciare dalla Juventus, che in quegli anni dettava legge in campionato. Era molto ambizioso Viola. Voleva insomma cancellare per sempre l’appellativo di “Rometta” che veniva attribuito a un club troppo a lungo abituato a galleggiare nelle acque melmose della mediocrità e dell’indolenza. Riuscì a dare una scossa all’ambiente adottando un metodo di gestione in netto contrasto con quelli del passato: poche chiacchiere e un approccio più razionale e meno basato sull’improvvisazione, con una linea di condotta che aveva già dato ottimi risultati in passato nella sua attività imprenditoriale. Si potrebbe forse definirlo un precursore di un certo modo di intendere l’azienda calcio: non a caso i suoi modelli di riferimento erano quei grandi club come il Bayern o il Real Madrid, che proprio in quegli anni avevano iniziato a sperimentare forme di organizzazione più moderne. Società sportive gestite secondo principi manageriali, in cui i ricavi non provenivano esclusivamente dall’incasso delle partite ma da tante altre iniziative collaterali (come per esempio il merchandising) che oltretutto potevano rendere un servizio alla stessa città. Per mettere in atto il suo disegno avrebbe dovuto lottare per abbattere quei privilegi che avevano permesso per anni alle oligarchie legate alle grandi squadre del Nord di spadroneggiare. Alla fine vinse la sua battaglia, dando maggiore dignità a tutto il calcio centromeridionale.

Ottenne quei risultati mettendo in campo una determinazione feroce, stringendo anche alleanze strategiche con altri club, in particolare con il Napoli di Corrado Ferlaino.

Secondo i suoi piani i frutti non avrebbero tardato ad arrivare solo se si fosse lavorato duramente e con grande tenacia. Il primo e più importante tassello di quel progetto riguardava proprio Liedholm, l’unico allenatore secondo Viola in grado di porsi sulla sua stessa lunghezza d’onda e dotato di quelle qualità indispensabili per portare la Roma nel ristretto olimpo del calcio europeo.

“Conobbi Viola durante la mia precedente esperienza romanista, – racconta Liedholm – quando lui era un semplice dirigente della squadra. Ricordo che ci salutammo con un arrivederci, avevo infatti quasi il sentore che un giorno o l’altro ci saremmo ritrovati. In effetti da quando nel 1977 lasciai la Roma di Anzalone non mi aveva mai abbandonato l’idea di un ritorno nella capitale. Mi intrigava sempre di più la prospettiva di provare a vincere in una piazza così difficile, ho sempre sostenuto che vincere lo scudetto a Roma è come vincerne dieci a Milano o a Torino. Viola mi chiamò al termine del campionato della “stella” con il Milano. Forse bluffava quando mi rivelò che aveva deciso di prendere la Roma a patto che fossi io l’allenatore. Sapevo che era un ‘dritto’ e che faceva davvero sul serio. L’accordo lo trovammo immediatamente perché il Milan non avrebbe potuto farmi un contratto più lungo di un anno. Viola mi propose invece un accordo triennale e un progetto molto affascinante. La più felice di questa scelta era mia moglie che a Roma aveva lasciato il cuore. Con lei mi apprestavo a rivivere una nuova avventura in una città che abbiamo amato moltissimo per il calore della sua gente e per quell’atmosfera magica intrisa di storia e di arte che si respirava ogni volta che percorrevamo le vie del centro storico e che ci dava la sensazione di vivere al centro del mondo. Eravamo felici di ritrovare tanti amici e luoghi particolari ai quali siamo rimasti molto legati. […]

“Ebbi quindi da Viola carta bianca e la garanzia che non avrei subito alcuna interferenza nel mio lavoro. Insomma, una netta e chiara distinzione delle funzioni, le condizioni ideali per un ottimo lavoro. Il Presidente era un uomo dal carattere per certi versi un po’ scontroso, ma allo stesso tempo generoso e capace di grandi slanci come pochi: si capiva che era profondamente innamorato della sua Roma. Non fu difficile entrare in piena sintonia con lui. Avevamo un modo di concepire il lavoro molto simile e i nostri rispettivi progetti (o scommesse, in questo caso…) andavano in un’unica direzione. Come me era di poche parole, era soprattutto un uomo d’azione che badava al sodo. Andavamo d’accordo anche perché ci sentivamo solo il sabato e la domenica. Lasciava fare, spesso il giorno della partita non sapeva quale formazione avessi deciso di schierare in campo.”

Benché l’anno precedente la Roma si fosse salvata solo nelle ultime giornate, Liedholm aveva capito che grazie al sostegno di Viola per la prima volta avrebbe avuto tutto il tempo necessario per ricostruire una squadra e plasmarla secondo le sue convinzioni tecnico-tattiche. Il segreto dei successi di quella Roma stava proprio nell’incontro di quei due inguaribili visionari. Fu una doppia scommessa quella che stavano per intraprendere il Barone e Viola: riportare lo scudetto a Roma dopo quarant’anni e allo stesso tempo raggiungere il traguardo del successo attraverso il bel gioco, sconfiggendo antichi pregiudizi basati su una presunta idiosincrasia dei calciatori italiani per il gioco a zona.

Sebastiano Catte

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