Le “Considerazioni” del 1918 sono la chiave per entrare nella cultura tedesca. Lei ha ragione, il mio atteggiamento democratico non è perfettamente sincero, è solo una reazione irritata all’irrazionalismo dei tedeschi, alle loro profondità fasulle e al fascismo in genere che io davvero non riesco a sopportare. Il fascismo è riuscito a trasformarmi temporaneamente in oratore ambulante per la democrazia: un ruolo in cui più di una volta sono apparso alquanto buffo ai miei stessi occhi. Ho sempre sentito che, al tempo della mia ostinazione reazionaria, nelle Considerazioni di un impolitico, ero stato molto più interessante e lontano dalla banalità”. Così Thomas Mann scriveva, nel marzo 1952 (morì nel ’55), a un suo corrispondente, confessando la propensione verso la cultura dell’irrazionalismo germanico, fondato sulla triade Schopenhauer-Wagner-Nietzsche, che gli aveva ispirato il suo più inquietante e intrigante libro: Considerazioni di un impolitico.

Questo saggio uscì nel 1918, l’anno della disfatta tedesca, della dissoluzione dell’Impero e della pubblicazione del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler e dello Spirito dell’Utopia di Ernst Bloch (e di Stato e Rivoluzione di Lenin). Libri che segnarono il secolo con i suoi sogni, incubi, apocalissi e utopie.

La Germania era in pieno disfacimento con tensioni centrifughe come la rivoluzione dei soviet in Baviera e il terrorismo dei Corpi Franchi, responsabili dell’assassinio nel giugno 1922 di Walther Rathenau, il ministro degli esteri, il geniale industriale ebreo, leale patriota che durante la guerra aveva organizzato al meglio i rifornimenti. La morte del ministro, autore di raffinati saggi, impressionò Mann, convincendolo al salto mortale dell’ottobre 1922, quando in presenza del Presidente della debole Repubblica tenne il discorso Della Repubblica rinnegando la precedente opzione nazional-conservatrice. Eppure la sua vocazione intima più profonda non venne mai completamente smentita.

Per la brutale violenza delle squadre hitleriane e la loro volgarità plebea, si allontanò dalla destra. Eppure nella Montagna magica del 1924 affiora la sua ambiguità nel duello intellettuale tra Lodovico Settembrini, l’italiano, carducciano, massone, illuminista, democratico, contro Naphta, il gesuita oscurantista, ostile al progresso e alla ragione. L’italiano è più simpatico, ma le argomentazioni del gesuita sono più acute, fascinose, connesse con l’irrazionalismo delle Considerazioni. E laddove l’ambiguità manniana emerge più evidente è nel romanzo Doctor Faustus del ’47, uno strenuo atto di accusa dell’irrazionalismo germanico all’origine della vittoria del nazionalsocialismo. Eppure il protagonista Adrian Leverkühn, il rappresentante della spiritualità tedesca, invasata dal mito dell’arcaismo, nonché esponente della «re-barbarizzazione intenzionale» della cultura e della società tedesca, è il personaggio poeticamente più intenso, vibrante, coinvolgente, vivo del romanzo. Stringe uno scellerato patto con Satana in nome di una realizzazione artistica sovrumana, degna del suo segreto maestro Nietzsche.

La fascinazione di Leverkühn è la conferma che Mann diventa grande quando evoca queste figure intinte dell’irrazionalismo mitico. Altro che repubblica democratica! Certo, con realismo Mann sostenne la lotta contro il Terzo Reich, cui non perdonò mai di aver infangato il pensiero mitico, estremo lascito di quella cultura romantica su cui si era interiormente formato.

Il filosofo Domenico Conte ha trattato questi temi nel suo bel libro Primitivismo e umanesimo notturno. Saggi su Thomas Mann (Liguori, pagg. 244, euro 22, di cui si è discusso martedì scorso all’Istituto Italiano di Studi Germanici di Roma). Per lo scrittore tedesco la provocatoria opera del ’18 restò sempre il fulcro del suo destino spirituale, nonché il simbolo della Kultur germanica. Lo storico Joachim Fest, autore di un penetrante saggio su Mann, ha osservato che le Considerazioni sono «la chiave indispensabile per ogni più precisa conoscenza della persona e di tutta l’opera di Thomas Mann». Sono anche insostituibili per comprendere la cultura tedesca del ‘900.

Marino Freschi, IL GIORNALE, 15 gennaio 2016

Share This: