Uno studioso dei fenomeni di radicalizzazione legati al fondamentalismo religioso traccia un ritratto-tipo degli autori di attacchi suicidi.

Il sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar insegna all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi e da anni studia i fenomeni di radicalizzazione attraverso l’analisi dei profili psicologici e sociali dei kamikaze. È quindi una delle persone più qualificate per aiutarci a far luce su quel che è accaduto in Francia e più in generale sul tema degli attentati-suicidi.

In un’intervista apparsa oggi sul quotidiano francese “Liberation” Khosrokhavar mette in risalto come, rispetto agli attacchi jihadisti dello scorso gennaio – quando vennero colpiti obiettivi ben precisi (come Charlie Hebdo e la comunità ebraica o i militari francesi-musulmani) – oggi siamo di fronte a un terrorismo cieco, soprattutto perché molti obiettivi sensibili sono protetti e quindi più difficili da raggiungere. Le stragi del 13 novembre nel loro modus operandi ricordano quelle provocate alla stazione Atocha di Madrid nel 2004 o quelle della metropolitana di Londra nel 2005, che erano operazioni suicide.

Lo studioso poi spiega qual è il percorso che in genere si deve seguire per diventare un attentatore suicida: “Nelle organizzazioni jihadiste che operano in Siria o in Iraq la fornitura di volontari disposti al supremo sacrificio è tale che non c’è che l’imbarazzo della scelta per designare chi sarà destinato a missioni suicide. Il processo di formazione e il futuro del “martire” combattente è ben definito. La questione si pone in maniera diversa in Occidente, dove non si può che operare che per piccoli gruppi. Come nel caso dei fratelli Kouachi o ristrette cerchie di amici molto affiatati. In questo caso la selezione di chi dirigerà l’operazione viene eseguita in modo molto tradizionale, ma c’è sempre stato sempre un passaggio all’estero, per quanto breve. Ad esempio Merah era passato attraverso le aree tribali del Pakistan, Nemmouche, il killer del Museo Ebraico di Bruxelles dalla Siria, il più giovane dei fratelli Kouachi dallo Yemen. Il passaggio all’atto, tuttavia, si realizza da soli, anche se lo sfondo ideologico e logistico si inscrive in una realtà organizzativa più vasta”.

Un elemento in comune che caratterizza il profilo di questi individui è dato dall’essere cresciuti in famiglie molto disgregate e dall’aver vissuto un’esperienza traumatica in carcere. Ma si sottolinea soprattutto come si tratti di musulmani che hanno riscoperto l’islam nella sua forma più radicale o di convertiti che hanno trovato un senso alla loro vita, in cui ha avuto un impatto decisivo il viaggio iniziatico in una nazione jihadista. Un passaggio essenziale quest’ultimo perché, afferma ancora il sociologo “permette al futuro kamikaze di diventare estraneo alla sua società d’origine e acquisire quindi quella crudeltà necessaria per il passaggio all’azione senza alcun senso di colpa o rimorso. E quando si è pronti a uccidere in nome della fede si è pronti anche a morire. Un’esperienza simile per certi versi a quella dei gruppi terroristici di ispirazione comunista o nazista degli anni Settanta”.

In un suo recente libro dedicato a questi fenomeni (Radicalisation, Maison des sciences de l’homme 2014) Khosrokhavar ha parlato anche di “modello europeo di radicalizzazione”, legato a vaste sacche di povertà in cui è presente una forte componente ideologica in nome dell’Islam, un fenomeno simile a quello dei ghetti neri americani degli anni Sessanta. “C’è una sensazione di vittimismo e di adesione a una causa collettiva che favorisce il superamento dell’emarginazione. Un nuovo elemento appare con sempre più evidenza: la radicalizzazione dei giovani dalle classi medie, le famiglie musulmane e non. Tra i volontari passati ultimamente per la jihad in Siria o in Iraq, il 25% al 30% provengono da questi ambienti. Questo fenomeno può essere spiegato in parte con il declino politico e la ricerca di un’utopia, ma ancor più dallo status sociale e dalla paura per il futuro. Così ci si aggrappa alla prima utopia totalizzante che capita di trovare. Finora non abbiamo visto tali profili negli attentati in Francia, ma solo perché non sono ancora operativi”.

(com.unica, 15 novembre 2015)

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