Con circa il 50 per cento dei voti, l’Akp del presidente Erdogan ottiene la maggioranza assoluta in Parlamento e potrà creare un governo monocolore. L’Akp, il partito del premier, vince ma non stravince le elezioni. Le riforme costituzionali andranno negoziate con le altre forze politiche. Il sostegno al primo ministro è comunque vasto. Intanto l’economia cresce a ritmi quasi cinesi.

Il giorno dopo le elezioni la Turchia si ritrova con un Akp (Adalet ve kalkinma partisi, Partito di giustizia e sviluppo) più forte in termini di voti percentuali rispetto alle ultime elezioni del 2007. Il partito del premier Erdogan ha ottenuto circa 21 milioni di voti, quasi il 50% del totale, rispetto ai 16 milioni della precedente tornata. Come ha detto lui stesso al termine dello scrutinio, di fatto un turco su due è con lui. Ciò nonostante, paradossalmente la presenza dell’Akp all’interno della Grande assemblea nazionale è scesa da 341 a 325 seggi.

Sullo sfondo rimangono i problemi irrisolti di un paese che, nonostante abbia fatto passi da gigante sul cammino delle riforme (e in questo va dato sicuramente atto al governo Erdogan di essere stato incisivo), presenta ancora contraddizioni da superare. E’ salita la rabbia tra i curdi di Turchia dopo la vittoria dell’Akp alle elezioni politiche di ieri. Nel sud est del paese sono numerosi gli episodi di violenza tra i manifestanti appartenenti alla minoranza curda e la polizia, che ha reagito con gli idranti alle sassaiole e ai lanci di bottiglie.

La questione curda continua a rappresentare un problema da risolvere; i dissidi con la Repubblica di Cipro sono un ostacolo insormontabile sul cammino di Ankara verso l’Unione Europea (sembra sempre meno probabile che la Turchia possa un giorno entrare nell’Ue); le limitazioni alla libertà di stampa e la censura su internet sono della macchie sulla credibilità democratica del paese.  

(Nathan Steiner/com.unica, 2 novembre 2015)

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