Quattro attentati a Gerusalemme, quelli più gravi quasi simultanei e di cui uno su un autobus di linea, due a Raanana, sempre pugnali e pistole le armi utilizzate, tre morti e oltre venti i feriti israeliani. Questo il tragico bilancio della giornata di ieri che ha fatto precipitare Israele nel terrore e ha fatto ipotizzare alla polizia israeliana per la prima volta dall’inizio dell’ondata di violenze l’esistenza di “un coordinamento degli attacchi” e un coinvolgimento di Hamas in tale ruolo di regia.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiamato in causa il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen: “Basta dire bugie, affermi di voler fermare il terrore ma in realtà lo fomenti diffondendo veleno che alimenta l’odio”. Il governo vara contromisure drastiche a Gerusalemme, valutando se dispiegare l’esercito per le strade della città e circondare i quartieri arabi, da cui secondo lo Shin Bet proviene la stragrande maggioranza degli attentatori. “Non esiterò a usare tutti i mezzi del nostro arsenale per riportare la calma”, ha dichiarato Netanyahu, mentre alla Knesset è acceso il dibattito.

A proporre soluzioni militari più aggressive è in particolare il leader di HaBayit HaYehudi Naftali Bennet che già da giorni perora la causa della chiusura totale della Cisgiordania e dei quartieri di Gerusalemme Est. Ma il ministro della difesa Moshe Yaalon e il capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot hanno finora respinto le pressioni: secondo loro la misura risulterebbe poco efficace, non fermerebbe gli attacchi con i coltelli e verrebbe vista come una punizione collettiva che coinvolgerebbe altre persone nella spirale di violenza.

(com.unica, 14 ottobre 2015)

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