Lo spettro di una terza, sanguinosa intifada in questi giorni di inizio ottobre è lì, a ricordare al mondo che in Medio Oriente c’è ancora e sempre una ferita infetta. A volte il dolore è assopito, a volte, come ora, riemerge acuto. Gerusalemme Vecchia in stato di assedio, il Neghev teatro di gesti terroristici, questa volta a colpi di coltello, scontri violenti tra attivisti palestinesi e militari israeliani in Cisgiordania.

Fantasmi di guerra che allontanano ancora e sempre le flebili possibilità di coesistenza tra i due popoli. Mai così attuale, dunque, il romanzo di esordio di una scrittrice milanese, Maria Elisabetta Ranghetti, che in “Oltre il mare di Haifa” mette in pagina le due storie, sfalsate di un trentennio, di un amore forte, totale, tra l’ebrea Ruth e l’arabo Hassan da una parte e dall’altra quella di Miriam, giovane ebrea cresciuta a Londra in viaggio tra Israele e Palestina a cercare pezzi di verità sul suo passato. 

Il racconto è complesso e si sviluppa su due piani temporali: alle pagine dedicate alle vicende sentimentali e politiche di Ruth e Hassan, a partire dagli anni Settanta, si affiancano quelle contemporanee di Miriam. In breve: ad Haifa, città divenuta a torto o a ragione simbolo della convivenza pacifica, si incrociano le esistenze di due giovanissimi che si innamorano e costruiscono una famiglia contro tutti i pareri, le convenzioni, gli ambienti sociali e politici di provenienza. Ma l’amore non basterà: le pressioni sono troppe e i due si allontanano. Hassan viene risucchiato dalla lotta armata contro Israele. Trent’anni dopo Miriam, figlia di una ebrea espatriata da Israele, a Londra viene agganciata da un giovane palestinese che la costringe a seguirla a Ramallah per incontrare un uomo anziano in fin di vita, lo stesso Hassan, convinto di essere suo padre. Miriam intraprende un viaggio alla ricerca della sua identità più profonda (israeliana? araba?), accompagnata da Amos, un militare israeliano tutto d’un pezzo che alla convivenza non crede affatto. “Oltre il mare di Haifa” racconta di due popoli che soffrono, lacerati da reciproche diffidenze quando non da odio aperto; è una storia senza il lieto fine, se non uno spiraglio di complicità tra l’ufficiale Amos e il giovane arabo palestinese Kaled.

Maria Elisabetta Ranghetti, 38 anni, una laurea in Lettere moderne con una tesi sulla Survivors of the Shoah Visual History Foundation di Steven Spielberg, si è lasciata guidare dalla sua passione per il Medio Oriente, nutrita da un decennio di lunghi soggiorni, di pellegrinaggi e di studi di ermeneutica rabbinica e di archeologia biblica. Ma l’addentrarsi nella cultura ebraica non le ha fatto perdere di vista il travaglio del popolo palestinese, la lotta per la sopravvivenza in una terra contesa. “In questo libro ho cercato di far emergere la complessità delle relazioni tra arabi e israeliani; non c’è solo l’odio e l’incomprensione. In entrambi i popoli esistono persone che hanno voglia di costruire legami, ci sono famiglie che sperimentano l’amicizia – spiega Ranghetti -. Credo nella forza di quella terra, e sono convinta che presto o tardi la sua bellezza prenderà il sopravvento sull’odio”.
“Oltre il mare di Haifa” (pagine 312, euro 15) è edito da EdiKit (www.ektglobe.com) e si può acquistare su www.ibs.it e www.amazon.it (anche in formato elettronico).

 Antonella Mariani, AVVENIRE, 9 ottobre 2015

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