Classe 1921, il francese Edgar Morin ha elaborato, soprattutto attorno alla nozione di “complessità” e a tutti i suoi corollari anche ecologici, una riflessione filosofica e sociologica transdisciplinare spesso considerata fra le più feconde degli ultimi decenni. I suoi numerosi saggi, come quelli del ciclo Il metodo (6 volumi), sono tradotti in una trentina di lingue. In quest’intervista Morin ripresa da “Avvenire” riflette sulla portata epocale della Laudato si’.

Lei non ha esitato a definire provvidenziale l’enciclica Laudato si’. Cosa intende?

«Provvidenziale non nel senso della divina provvidenza. Ma viviamo in un’era desertica del pensiero. Un’era dal pensiero sminuzzato in cui i cosiddetti partiti ambientalisti non scorgono l’ampiezza e la complessità del problema, perdendo di vista la pertinenza di ciò che papa Francesco chiama “la casa comune”, con un’espressione già impiegata da Gorbaciov. Sono stato sempre mosso da questa stessa esigenza di uno sguardo complesso, globale, ovvero dal bisogno di trattare i rapporti fra le diverse parti. Nel “deserto” attuale, dunque, appare questo testo che trovo così ben pensato e che risponde a questa complessità. Francesco definisce “l’ecologia integrale”, la quale non è affatto quell’ecologia “profonda” che pretende di convertirci al culto della Terra, subordinando tutto il resto. Egli mostra che l’ecologia riguarda le nostre vite in profondità, la nostra civiltà, i nostri modi d’agire, le nostre riflessioni. Più profondamente, critica un paradigma “tecno-economico”, questo modo di pensare che presiede tutti i nostri discorsi, rendendoli obbligatoriamente fedeli ai postulati tecnici ed economici per risolvere ogni cosa. Questo testo segna al contempo una presa di coscienza, un incitamento a ripensare la nostra società e ad agire. È dunque provvidenziale, nel senso che è un testo imprevisto che indica il cammino».

Vi scorge una prospettiva umanistica dell’ecologia?

«Sì, poiché attraverso questa nozione di ecologia integrale, l’enciclica invita a prendere in considerazione tutte le lezioni di questa crisi ecologica. Ma precisiamo prima la nozione di umanesimo, la quale ha un senso doppio, come d’altronde dice Francesco nel suo discorso, criticando una forma di antropocentrismo. Esiste in effetti un umanesimo antropocentrista, che mette l’uomo al centro dell’universo, che considera l’uomo come solo soggetto dell’universo. Insomma, in cui l’uomo prende il posto di Dio. Non sono credente, ma penso che questo ruolo divino che l’uomo talvolta si attribuisce sia assolutamente insensato. E una volta scivolati in questo principio antropocentrista, la missione dell’uomo, molto chiaramente formulata da Cartesio, è di conquistare e dominare la natura. Il mondo della natura è diventato un mondo di oggetti. Il vero umanesimo consiste al contrario nel riconoscere in ogni essere vivente al contempo un essere simile e diverso da me».

Condivide l’invocazione di Francesco d’Assisi, ripresa dal Papa, che parla di fratello Sole, la quale implica una forma di fratellanza con ciò che i cristiani chiamano il Creato?

«Il Papa ha avuto la fortuna di trovare nel cristianesimo san Francesco d’Assisi. Poiché senza di lui, i riferimenti sarebbero stati ridotti. Sappiamo oggi che possediamo cellule che si sono moltiplicate fin dall’origine della vita e di cui siamo composti, come ogni altro essere vivente. Se ripercorriamo la storia dell’universo, ci accorgiamo così che portiamo in noi tutto il cosmo e in modo singolare. Esiste una solidarietà profonda nella natura, anche se beninteso siamo diversi, per via della coscienza, della cultura. Ma pur essendo diversi, siamo tutti figli del Sole. Il vero problema non consiste nel ridurci allo stato di natura, ma di non separarci dallo stato naturale. Il Santo Padre può trovare nella Bibbia un certo numero di punti che giustificano il suo approccio. Personalmente, credo che la Bibbia racconti una creazione dell’uomo totalmente separata da quella degli animali e che ha cominciato a suscitare questo pensiero antropocentrista. Il messaggio di Paolo la prolunga, separando il destino umano dopo la morte dagli altri viventi. Mi pare che questa concezione separi la civiltà giudeocristiana dalle altre grandi civiltà».

Ma in proposito, nell’enciclica Laudato si’, il Papa dà un’interpretazione opposta della Genesi…

«È vero, si possono formulare interpretazioni cosmogoniche della Genesi, soprattutto perché Elohim, il termine genesiaco che indica Dio, è un plurale singolare, al contempo uno e multiplo. Vi si può allora scorgere una sorta di turbine creatore. È pure vero che nella Genesi si legge che in principio Elohim separò il cielo e la terra. Si tratta di un’idea interessante, poiché per avere un universo occorre una separazione, fra i tempi (passato, presente, futuro) e lo spazio (qui e lì). Ma ho personalmente una concezione erede di Spinoza, basata sulla capacità creatrice della natura. Credo che la creatività non nasca da un creatore iniziale, ma da un evento iniziale».

Lei conosce bene l’America del Sud. Ha l’impressione che la riflessione di Francesco sia molto legata alla sua cultura argentina?

«Sì, proprio così. Ciò che mi ha sempre colpito è di percepire in America latina, a diverso titolo, una vitalità, una capacità d’iniziativa che noi non abbiamo. Ad esempio, ritrovo nell’enciclica questo senso della povertà così forte in questo continente. In Europa, abbiamo completamente dimenticato i poveri, li abbiamo emarginati. Ma nell’enciclica, il concetto di povertà è vivo, come nelle manifestazioni della Lega dei contadini senza terra o del popolo, in Brasile. E sicuramente l’Argentina, che ha conosciuto a sua volta così tante prove, che ha dovuto cancellare il proprio debito trovandosi in bancarotta, è un Paese con una vitalità democratica straordinaria. Non direi che è un miracolo, ma occorreva che un Papa venisse da lì, con quest’esperienza umana. È un Papa imbevuto di questa cultura andina che oppone al “benessere” esclusivamente materialistico europeo lo star bene (il buen vivir) che rappresenta una pienezza personale e comunitaria autentica. Il messaggio pontificale invita a un cambiamento, a una nuova civiltà e lo trovo molto toccante. Questo messaggio è forse l’articolo 1 di un appello per una nuova civiltà».

Al di là di questa enciclica, come percepisce il contributo delle religioni alla nostra società?

«Tutti gli sforzi per sradicare le religioni sono completamente falliti. Le religioni sono delle realtà antropologiche. Il cristianesimo ha conosciuto una contraddizione fra alcuni suoi sviluppi storici e il suo messaggio iniziale, evangelico, che è amore degli umili. Ma, quando la Chiesa ha perso il suo monopolio politico, una sua parte ha ritrovato la sua fonte evangelica. L’ultima enciclica è integralmente un ritorno alle origini evangeliche. I cristiani, quando sono animati dalla fonte della loro fede, sono tipicamente delle persone di buona volontà, che pensano al bene comune. La fede può essere un parapetto contro la corruzione di politici e amministratori. La fede può dare coraggio. Se in un’era virulenta come la nostra, le religioni torneranno al loro messaggio iniziale, in particolare l’islam, poiché Allah è il Clemente e il Misericordioso, potranno comprendersi. Oggi, per salvare il nostro pianeta davvero minacciato, il contributo delle religioni non è superfluo. Quest’enciclica ne è una manifestazione eclatante».

AVVENIRE, a cura di Antoine Peillon e Isabelle de Gaulmyn

(Per gentile concessione del quotidiano “La Croix”, traduzione di Daniele Zappalà)

 

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