Un quadro impietoso e preoccupante quello che emerge dalle fredde tabelle del Rapporto Svimez 2015 sul Mezzogiorno, presentato ieri a Roma. Dati che parlano da soli e ci fanno fare un balzo indietro nel tempo. Basti pensare che nel 2014 il numero degli occupati nel Sud è pari a 5,8 milioni di unità, al di sotto della soglia psicologica dei 6 milioni: il livello più basso dal 1977. Tutto questo a fronte di una crescita che dal 2001 al 2013 è stata pari a meno della metà di quella della Grecia.

Sempre nel 2014, per il settimo anno consecutivo, il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3). Inoltre il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di 15 anni fa; negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59%; nel 2014 quasi il 62% dei meridionali ha guadagnato meno di 12mila euro annui, meno della metà rispetto alle percentuali del Centro-Nord (pari al 28,5%).

“Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa – si legge nel rapporto – testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro”.
Lo studio mostra
anche che delle 811 mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro a partire dal 2008 (anno di inizio della crisi) ben 576 mila sono residenti a Sud. A farne le spese sono soprattutto le donne: appena una su cinque tra i 15 e i 34 anni risulta occupata: vale a dire il 20,8%, contro una media Ue del 51%. Riguardo ai giovani si evidenzia una frattura senza paragoni in Europa: sono ben 622 mila i posti di lavoro persi nel Meridione tra gli under 34 (-31,9%) mentre il tasso di disoccupazione tra gli under 24 raggiunge il 56%.

Un capitolo a parte è stato assegnato all’andamento demografico e anche su questo fronte la fotografia che ne risulta induce al più cupo pessimismo: “Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da uno stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili”.

Nel trarre le conclusioni dai dati emersi nel rapporto, il direttore dello Svimez Riccardo Padovani ha parlato in maniera esplicita di desertificazione e del rischio di sottosviluppo permanente. “La crisi – ha spiegato – ha depauperato le risorse del Sud e il suo potenziale produttivo: la forte riduzione degli investimenti ha diminuito la sua capacità industriale, che, non venendo rinnovata, ha perso ulteriormente in competitività”. E di conseguenza – ha proseguito, “risulta difficile a questo punto valutare se l’industria rimasta sia in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale: il rischio è che il depauperamento risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire al Mezzogiorno di agganciare la possibile nuova crescita e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente”.

Quindi, nel delineare una possibile strategia Padovani ha lanciato un appello alle forze politiche affinché adottino misure di tipo espansivo, in netto contrasto con quelle imposte oggi in Europa. E ha infine suggerito di guardare alla “straordinaria esperienza di discontinuità che, nel dopoguerra, aprì la strada all’impetuoso sviluppo degli anni ‘60, con una strategia di intensa politica dell’offerta, mirata ad assegnare al Mezzogiorno il ruolo di fulcro dello sviluppo italiano. Il recupero di una logica “di sistema”, di una “logica industriale”, non ridotta al solo mercato (…) Si tratta, dunque, di ragionare su come ritrovare, Nord e Sud, una strada comune, puntando a non accontentarci di recuperare una crescita “debole”, da cui peraltro le regioni meno sviluppate del Sud rischierebbero di rimanere escluse”.

(com.unica/31 luglio 2015)

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