Il quadro è allarmante: sono giornate decisive per le sorti della Grecia e della stessa Unione Europea da quando il primo ministro Aléxis Tsípras ha annunciato il referendum per il prossimo 5 luglio sul cosiddetto piano di salvataggio proposto dai creditori. Una decisione presa in seguito alle minacce e gli ultimatum che aveva dovuto affrontare durante gli ultimi giorni di trattative con la cosiddetta “troika” – la Banca centrale europea, la Commissione europea e il Fondo Monetario Internazionale. “Chiedo a voi di decidere, in nome della sovranità e della dignità che la storia greca richiede – ha scritto il premier greco nella sua lettera pubblica – se noi greci dobbiamo accettare un ultimatum dai fini estorsivi che impone una severa e umiliante austerità senza fine e senza la prospettiva di poter reggerci di nuovo sulle nostre gambe economicamente e socialmente. Il popolo deve decidere liberamente se accettare o no il ricatto”. Con il ricorso alle urne Tsipras ha voluto così rendere responsabile l’intero popolo, come dovrebbe essere naturale in democrazia.

Sulla stampa internazionale insieme alle voci “rigoriste” degli economisti di scuola monetarista (la maggior parte di quelle, per intenderci, che quotidianamente pontificano sulle prime pagine dei principali quotidiani italiani), è doveroso dar conto della posizione di due autorevoli studiosi di ispirazione neo-keynesiana come i premi Nobel per l’Economia Paul Krugman e Joseph Stiglitz, che al contrario hanno espresso un giudizio molto duro nei confronti delle scelte della troika.

Krugman, professore di Economia e Relazioni Internazionali all’Università di Princeton non esita a definire senza mezzi termini una “mostruosa follia” l’atteggiamento di Ue, Bce e Fmi nei confronti del governo ellenico. Lo ha scritto in un articolo uscito ieri sulle pagine del New York Times.

“Finora – spiega l’economista americano – ogni avvertimento su una imminente dissoluzione dell’euro si è dimostrato erroneo. I governi, qualunque cosa abbiano detto durante le elezioni, cedono alle richieste della troika; nel frattempo, la BCE si muove per placare i mercati. Questo processo ha tenuto assieme la moneta, ma ha anche perpetuato un’austerità profondamente distruttiva”.

Quindi, entrando nel merito della consultazione elettorale spiega perché la decisione del primo ministro greco lo trova d’accordo, soprattutto per due motivi:

“La prima: se vince al referendum, il governo greco avrà maggiori poteri in virtù della legittimazione democratica, che ancora, credo, è fondamentale in Europa. La seconda: finora Syriza si è trovata in una situazione politicamente complicata, con gli elettori furiosi contro le richieste sempre più pressanti di austerità, e la volontà di non lasciare l’euro. È sempre stato difficile considerare come questi desideri si possano riconciliare; e adesso è ancora più difficile. Il referendum, in effetti, chiederà agli elettori di scegliere le priorità, e dare a Tsipras il mandato di fare ciò che deve se la troika dovesse spingersi fino in fondo”.

Joseph Stiglitz, docente alla Columbia University, autore di bestseller internazionali e con un passato di consigliere economico di Bill Clinton alla Casa Bianca e di capo economista alla Banca Mondiale, non è da meno del suo collega. In un articolo pubblicato sul magazine online Project Syndacate fa notare come i leader europei stiano cominciando a rivelare la vera controversia sul debito in corso. “E la risposta non è piacevole – afferma – si tratta di potere e democrazia molto più che di denaro ed economia”.

L’economista osserva anche come sia stata proprio la cura della troika a determinare un crollo del Pil in questi ultimi 7 anni in Grecia, dove la ricchezza è diminuita del 25% e la disoccupazione è aumentata al 25% con punte del 60% tra i giovani. Stiglitz trova assurda la richiesta del raggiungimento di un avanzo primario del 3,5% del pil entro il 2018, sostenendo che tradurre un disavanzo in un attivo non farebbe altro che aggravare la crisi.

Quanto al referendum “È difficile consigliare ai greci come votare il 5 luglio – spiega il premio Nobel. Nessuna delle alternative – approvazione o il rifiuto dei termini della troika – sarà facile, ed entrambi portano enormi rischi”.

Votare sì – prosegue – significherebbe depressione quasi senza fine. Forse un paese impoverito – uno che ha venduto tutti i suoi beni, e i cui giovani sono emigrati – potrebbe finalmente ottenere la cancellazione del debito; forse la Grecia potrebbe finalmente essere in grado di ottenere l’assistenza della Banca Mondiale. Tutto questo potrebbe accadere nel prossimo decennio, o forse nel decennio dopo. Al contrario, votare no lascerebbe almeno aperta una possibilità per la Grecia, grazie alla sua tradizione democratica, di decidere il suo destino. I greci potrebbe guadagnare l’opportunità di costruire un futuro che, anche se forse non così prospero come il passato, sarebbe molto più promettente della tortura irragionevole del presente”. “Io so come voterei”, conclude Stiglitz.

(Sebastiano Catte/com.unica 29 giugno 2015)

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