Il 3 giugno a Bruxelles al Parlamento europeo il gruppo dei Verdi ha ricordato Alexander Langer, morto suicida vent’anni fa, con la partecipazione fra gli altri del presidente Martin Schulz, del ministro Paolo Gentiloni, della vicepresidente del Bundestag Claudia Roth, dei copresidenti del Gruppo Verde Rebecca Harms e Philippe Lamberts, di Edi Rabini e Florian Kronbichler. Questa la traccia dell’intervento di Adriano Sofri.

In una conversazione tra Alex e me sulle liste verdi, alla vigilia delle elezioni amministrative del 1985 – in treno, i treni erano ancora socievoli – ho ritrovato questa frase di Alex: “Nei prossimi 15 anni si decide la sorte delle future generazioni; lo si può dire per diventare consigliere comunale, ma è anche vero, per la prima volta”. Sono passati trent’anni, abbiamo avuto due volte il tempo di decidere le sorti delle future generazioni. Chissà com’è andata.

Alex si tolse la vita il 3 luglio del 1995. Pochi giorni prima era andato alla riunione della Ue a Cannes, a rivendicare che cessasse in Bosnia la neutralità fra aggressori e aggrediti, e l’omissione di soccorso della comunità internazionale. Chirac lo aveva ascoltato e poi ammonito che il bene supremo era la pace. Otto giorni dopo fu perpetrato il massacro genocida di Srebrenica. Non è vero che Alex si suicidò “per la Bosnia”. Ma non è mai uscita dalla mia mente la doppia, fraterna immagine di Alex che si è tolto i sandali e si è impiccato a un albicocco sul Pian dei Giullari, e della ragazza fuggiasca da Srebrenica, che aspettò di essere in salvo per togliersi le scarpe e impiccarsi a un albero del bosco alle porte di Tuzla.

Sorriderebbe, Alex, a sentirsi chiamare visionario. Lui aveva chiamato “pacifista visionaria” Petra Kelly, la portatrice prima della speranza verde, morta in un doppio suicidio (forse) col suo compagno. Un altro dettaglio mi sta in mente. Alex nel 1961, a quindici anni, scrive su un giornale di scuola: “Vorremmo esistere per tutti, essere di aiuto ed entrare in contatto con tutti. Il nostro aiuto è aperto a tutti, per tutti vale la nostra preghiera. Venite a noi, e vi aiuteremo con tutte le nostre forze”. “Noi”, sono lui e i suoi compagni di scuola. Quel “venite a noi”, che suonerebbe megalomane se non si traducesse subito in esempi prossimi (se avete problemi coi professori, se i libri di testo costano troppo…) è una citazione evangelica. È l’esordio di Alex all’impegno pubblico. Nel suo biglietto d’addio, risuona quella stessa citazione di Matteo: “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”, ma questa volta Alex, “più disperato che mai”, dice che non ha la forza di accogliere l’invito. I pesi gli sono diventati insostenibili. Ha emulato il suo caro san Cristoforo, ha preso sulle spalle un carico che sembrava leggero come un bambinello, e ha ceduto a mezzo il guado. Continuino gli altri, dice, in ciò che era giusto.

Il segreto di Alex – non della sua morte, ma della sua vita: la sua morte non ha segreti, basta a se stessa – stava in quella ripetuta parola d’esordio: “tutti”. Uno slancio d’adolescente, che non lo avrebbe più abbandonato. Si scherzava con Alex, che non era capace di dire di no a nessuno, che prendeva gli indirizzi di tutti e spediva cartoline, che riempiva l’agenda come una mappa della popolazione mondiale sulla scala di uno a uno.

Un altro campione di umanità, il prete Lorenzo Milani, aveva scelto invece di essere “tutto per pochi”, i suoi quindici bambini della scuola elementare di montagna dove era stato esiliato, e diceva che “si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio… Dio non ci chiede di più…”. E proprio ad Alex, allora studente, aveva detto che “non si possono amare concretamente più di 3-400 persone…”.

Alex aveva registrato, e però aveva continuato per la sua strada. E’ più facile restare soli, quando si vuole essere per tutti. Del 3 luglio di Alex resta, una volta lasciati i bigliettini di commiato, una solitudine sconfinata. L’aveva detto anni prima, nell’addio commosso a Petra Kelly: “Troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani…”.

Poco fa scherzavamo, Valeria e io, sulle email che avrebbe spedito e ricevuto Alex. Non ebbe abbastanza tempo per misurarsi con la rete e la moltiplicazione dei messaggi, e la promessa e l’illusione di connettere “tutti” – e segnare l’estinzione delle cartoline illustrate e dei francobolli scelti con cura e delle parole scritte per durare.

Essere tutto per tutti, andare nel mondo intero, però senza smettere di avere una casa. Alex si era liberato della logica politica del rinnegato-transfuga: l’infamante “rinnegato” a chi esce dalle “nostre” file, il grazioso “transfuga” a chi ci entra. Aveva accettato di tradire – di tradurre, di traghettare – ma non per passare dalla parte del nemico: piuttosto per occupare una terra di nessuno, e farne il luogo dell’incontro reciproco e dello scambio. L’origine famigliare e territoriale l’aveva fatto più esperto e sensibile ai confini. I confini sono belli, una volta che abbiano cessato di essere spinati e armati, e siano caduti. Questa esperienza è forse inibita ai ragazzi dopo-Schengen, che li attraversano senza accorgersi nemmeno delle garitte vuote. Ma i loro coetanei dell’altro mondo le trovano, quelle stesse frontiere, ostili e barricate.

Noi commemoriamo insieme agli austriaci nei rispettivi sacrari di caduti – i nostri inni ancora si insultano – mentre i migranti vanno su e giù braccati a Bolzano o a Ventimiglia. Alex aveva visto per tempo l’inevitabilità, la necessità e i conflitti della convivenza interetnica. Non c’è da fare altro che accogliere, anche a costo di passare per traditori: e l’Europa si salverà solo se le guerre di fuori finiranno prima che la paura e l’odio abbiano prevalso dentro.

Il mondo si è vantato globale, e noi abbiamo lasciato cadere l’internazionalismo, come una vecchia canzone che non si canta più. L’ecumenismo promesso dalla conversione ecologica. Riscopriamo frontiere e feticci di sovranità statale. Dirimpetto a noi, il sedicente Califfato cancella lui le frontiere, e ne fa il più efficace spot pubblicitario.

Non c’è più Siria, non c’è più Iraq. Se l’Unione europea fosse degna di sé, saprebbe offrire a esempio il federalismo visionario dei suoi padri, concepito in mezzo alla guerra più terribile, a una parte del mondo che sta attraversando la sua guerra più terribile; non sa additarle invece che il vano puntello di confini disegnati a vanvera e serbati con la ferocia e oggi dissolti. Alla “Grande Guerra” di sunniti e sciiti e fazioni tribù e clan non è vietato il sogno che fu nostro, anche lì ci sono dei “traditori” e al più alto prezzo: sono i nostri amici. Anche lì ci sono popoli dispersi che possono ascoltare il racconto di un riscatto per sé e le generazioni a venire.

L’omissione di soccorso è scandalosa là come fu a Srebrenica. E non c’è un pacifismo che si mobiliti, e quando c’è, quando dice “No alle bombe” nel momento in cui, terribilmente tardi, “le bombe” valgono a far scampare qualche migliaio di yazidi o di cristiani al genocidio, se ne fa complice, per narcisismo e per stupidità.

Alex, viaggiatore di sandali e passo leggero, ma anche affaticato e trafelato e oppresso dall’asma e la tosse e gli occhi, non potrebbe andare là come si andava ancora in Bosnia, sia pure a rischio. Là si rischia oggi ben più che la vita, l’insulto ai propri paesi e il rinnegamento di sé dentro la tuta arancione.

E l’ecologia, la conversione ecologica? Ancora una volta, le guerre fra gli umani pretendono di prendere il sopravvento sulla guerra che gli umani in solido fanno alla terra. Fu questa l’esperienza di Alex nella ex-Jugoslavia, in Cecenia. Eppure la distanza fra la storia naturale e la storia umana si è accorciata fino al corto circuito.

Che cos’è l’ecologia, in Siria, o in Ucraina? Il famoso umor nero della Sarajevo assediata e affamata lodava l’aria pulita dall’inquinamento. Nel computer di Alex si trovarono alcune domande rivolte a se stesso, nel 1990. (Mi fanno pensare a Simone Weil, altrettanto bruciata di rigore e interezza). “Vivresti effettivamente come sostieni si dovrebbe vivere?… Passeresti il tuo tempo con coloro ai quali rivolgi la tua solidarietà?”. E ancora: Cambiare il mondo o salvaguardarlo?

Aveva ritrovato, Alex, e noi con lui, il senso di quella parola, “conservazione”, usurpata dai padroni del mondo e suoi devastatori, che la nostra politica aveva messo all’indice come sinonimo dell’amore per il privilegio, e rientrò con tutti gli onori nel linguaggio dei verdi, a partire dalla conservazione dei monumenti, del paesaggio, dell’ambiente. Oggi si infierisce sui monumenti come su nemici vivi e aborriti. Non si deve dire, abusando dell’amicizia con Alex, “che cosa avrebbe pensato Alex se fosse vivo…”. Il fatto è che noi, chi più chi meno, siamo vivi, e qualcosa dobbiamo pur pensarne.

(Il Foglio, 9 giugno 2015)

Articolo di Adriano Sofri, IL FOGLIO

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