«Il primo dato che emerge dal responso delle urne nelle sette regioni in cui si è votato, è che anche in questa tornata elettorale l’astensionismo si conferma di gran lunga il primo partito. Circa un italiano su due non è andato a votare, segno di una profonda insoddisfazione riguardo all’offerta politica complessiva.

Non bisogna avere paura di aprirsi al messaggio che il Sovrano (l’elettorato) ha lanciato. Dalle urne viene fuori una grandissima richiesta alle forze politiche di capacità di progetto e di rappresentanza, unita ad una insopprimibile esigenza di pluralismo.

Deve far riflettere che una così scarsa partecipazione alle urne si è verificata pur in presenza di sistemi elettorali regionali che prevedono l’elezione diretta del presidente. Ciò significa che la personalizzazione della politica, in assenza di programmi capaci di parlare all’insieme dei cittadini, non riesce a colmare il distacco tra la politica e la gente. Inoltre, sulla scarsa partecipazione al voto ha pesato anche la perdita di credibilità delle regioni, istituzioni logore, ridondanti e da riformare, dando invece centralità ai comuni ed ai livelli di governo locale di area vasta.

Come già nelle scorse politiche, e come avviene ormai in tutte le principali democrazie europee, il pluralismo si impone e trionfa, pur in presenza di sistemi elettorali concepiti per produrre il bipolarismo, confermando l’assetto quantomeno tripolare del sistema politico italiano. A differenza di altri Paesi europei, pur in una consultazione parziale, va registrata la buona tenuta del principale partito di governo a cui però viene chiesta una maggiore capacità di ascolto.

Questo voto costituisce una ulteriore smentita del fatto che la governabilità dipenda dagli effetti maggioritari prodotti dalle leggi elettorali. Non è più il momento di partiti unici o di partiti della nazione ma di forze politiche che sappiano rinnovarsi aprendosi alle istanze che salgono dalla vita concreta dei cittadini, che sappiano ascoltare il grido di dolore che viene da una società stremata da anni di politiche di austerità, dai ceti lavoratori ed intermedi che si impoveriscono, dal dilagare della disoccupazione e della povertà.

All’obiettivo di rendere la politica più capace di rappresentanza contribuiscono i corpi sociali intermedi. Il loro ruolo, in questa fase di crisi e di timidi segnali di ripresa, risulta assai utile nel cooperare per dirigere con maggiore incisività l’azione delle istituzioni sulle priorità che stanno al vertice delle preoccupazioni dei cittadini e dalla cui risposta dipende, in ultima analisi, lo stato di salute della nostra democrazia.»

(com.unica, 1 giugno 2015)

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