Circondata e presa d’assedio ormai da qualche giorno, la città di Palmyra, nella Siria centrale, è in parte di fatto sotto il controllo dei jihadisti dello Stato islamico (Isis). Nell’attacco quarantanove civili hanno perso la vita, tra questi anche molti bambini. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo, l’Isis avrebbe preso il controllo della maggior parte della zona Nord di Palmyra, mentre intanto continuano intensi combattimenti tra forze governative e miliziani. Altri conflitti si registrano anche nei pressi della cittadella islamica, nella zona ovest.

Già venerdì questa Ong aveva annunciato che i jihaidisti erano arrivati a un chilometro della città, famosa nel mondo per le sue rovine monumentali che sono anche patrimonio mondiale dell’Unesco, un bellissimo concentrato di architettura greca e romana che si estende in un’area di diversi chilometri quadrati. Citata nella Bibbia, l’area dove sorge la città (conosciuta in passato col nome di Tadmor), nell’antichità Palmyra era soprattuto un punto di sosta per le carovane che attraversavano il deserto siriano.

La minaccia dell’Isis evoca inevitabilmente lo spettro di una catastrofe internazionale. In molti hanno sottolineato come vi sia il rischio concreto che a Palmyra possa essere riservata la stessa drammatica sorte toccata ai siti iracheni di Ninive, Nimrud e Hatra. L’archeologo dell’Università di Udine Alberto Savioli, interpellato dall’Ansa, ci tiene però a precisare che il contesto è diverso rispetto al passato, anche se l’allarme è sempre alto. “Nimrud e gli altri siti iracheni” – aggiunge Savioli – “sono stati in parte distrutti per la loro valenza religiosa e politica. Per la presenza di statue e bassorilievi raffiguranti idoli e divinità, bandite dalla visione jihadista”. A giudizio di molti osservatori, come ad esempio l’architetto franco-siriano Manar Hammad, autore di diversi libri dedicati a Palmyra, il pericolo maggiore è legato proprio all’intensificarsi del conflitto e alla seria possibilità che il sito archeologico finisca per diventare un teatro di guerra a tutti gli effetti.

La speranza di tutti è che ci sia una ferma risposta da parte della comunità internazione di fronte a una minaccia distruttiva che riguarda le nostre radici e il nostro passato. Per la verità in Occidente non sono molte le voci autorevoli che si sono levate per mettere nel giusto rilievo queste minacce. Tra queste registriamo in Italia quella di Vittorio Sgarbi. “Per salvaguardare il sito archeologico di Palmyra minacciato dalla furia iconoclasta dell’Isis, invece di metter fasce a lutto occorre chiedere una convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per schierare l’esercito a difesa dei luoghi tutelati dall’Unesco” – ha dichiarato ieri il critico d’arte. “Io venti anni fa da Sottosegretario, durante la guerra nei Balcani, ottenni il dispiegamento dei militari a tutela dei monasteri del Kosovo. Insieme a Cossiga – aggiunge – andai personalmente in Kosovo. Lo cito non per vanagloria, ma per ricordare che è possibile utilizzare l’esercito per tutelare siti come Palmyra in Siria o Leptis Magna in Libia”.

(com.unica, 17 maggio 2015)

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