C’est la soupe qui fait le soldat” (“è il cibo a fare il soldato”): si tratta di parole attribuite aNapoleone Bonaparte che evidenziano quanto fosse chiaro al grande generale francese il fatto che per vincere una battaglia l’alimentazione delle truppe non è meno importante del loro armamento ed addestramento. Di questo argomento si è discusso, dopo la presentazione del Tenente Generale Giuseppe Fabbri, con il Colonnello Stefano Rega, gli storici Michele D’Andrea e Mariarosa Santiloni e il prof Alberto Capatti, moderati da Antonio Caprarica,   al Convegno tenutosi in occasione della mostra “Il rancio del Soldato-Alimentazione al fronte e a casa”. Si tratta della mostra allestita a Roma dal Corpo di Commissariato dell’Esercito in collaborazione con l’Accademia Italiana della Cucina, nel quadro delle Commemorazioni del Centenario della Prima Guerra Mondiale. La rassegna, presso il Complesso dei Dioscuri al Quirinale resterà aperta  fino al 15 maggio e dal 18 al 19 maggio, dalle 9 alle 18.  Sono in mostra cimeli e fotografie, cartoline e menù, tutti relativi al rancio durante la Grande Guerra. Sono raffigurate scenografie tipiche e pannelli didattici sul servizio di vettovagliamento dell’epoca.

Uno dei grandi problemi durante la Grande Guerra fu quello dell’alimentazione sia per la popolazione civile che per i militari. Ovvero il vettovagliamento. Le battaglie, la militarizzazione dei territori e le razzie (specie nel Friuli e Veneto orientale dopo Caporetto) provocarono devastazioni nei raccolti e lo svuotamento dei magazzini. Le famiglie nelle retrovie furono vittime di carestie e di malattie dovute a carenze alimentari gravi (come la pellagra) mentre il rancio dei soldati diventava ogni giorno più esiguo e scadente. La scarsa qualità era dovuta alla scelta di cucinare i pasti nelle retrovie e trasportarli durante la notte verso le linee avanzate. Il problema della qualità era parzialmente sopperito dalle quantità distribuite. A differenza infatti del rancio austro-ungarico (molto più esiguo, specialmente nell’ultimo biennio), l’esercito italiano dava ogni giorno ai suoi soldati 600 grammi di pane, 100 grammi di carne e pasta (o riso), frutta e verdura (a volte), un quarto di vino e del caffè. L’acqua potabile invece era un problema e raramente superava il mezzo litro al giorno.
Per coloro che si trovavano in prima linea la gavetta (o gamella) era leggermente più grande. Prima degli assalti inoltre venivano distribuite anche delle dosi più consistenti con l’aggiunta di gallette, scatole di carne, cioccolato e liquori. Oggi in diversi musei si possono ancora ammirare i contenitori di metallo che custodivano i 220 grammi di carne o, a volte, delle alici sott’olio e frutta candita. Ogni scatola era decoratacon motti patriottici come “Savoia!” o “Antipasto finissimo Trento e Trieste”. E se Garibaldi e i suoi Mille mangiavano pane e caciocavallo, come ricorda Stanislao Nievo, il 13 febbraio 1911, caporali e soldati del primo reggimento del Genio, distaccamento di Roma, ebbero a tavola il seguente menu: “Maccheroni alla napolitana, manzo brasato, salsiccia alla romana, frutta, formaggi e vino dei Castelli”. Altri tempi, altre storie, altre guerre.

(com.unica, Elena Ciotta, 14 maggio 2015)

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