L’esistenza di un’organizzazione terroristica vive di movimenti ciclici, di ascese e declini che si toccano sullo spigolo di un diagramma. In questo senso l’attacco sferrato da al-Qaeda agli Stati Uniti l’11 settembre 2001 rappresentava al contempo il parossismo e il crepuscolo del Jihad contro l’Occidente opulento nel mondo allora unipolare. Salvo, come è tragicamente avvenuto, la forma assunta dalla ritorsione sia talmente sconsiderata, pretestuosa e abborracciata da soffiare nuova vita nelle cellule di un corpo destinato strutturalmente al collasso: le guerre all’Afghanistan dei Taliban e soprattutto all’Iraq di Saddam Hussein, dove la vecchia congrega fondata in Pakistan da Osama Bin Laden è diventata Stato Islamico nel seno fecondo dell’occupazione americana. Per questa ragione, non solo perché pianificazione ed esecuzione degli attentati non oltrepassano mai la data del 2010, la ragnatela fondamentalista che aveva i suoi assi portanti a Olbia e Brescia racconta di un Jihad scavalcato dalla storia. La guerra santa oggi scorre ancora liquida e informale nel subconscio profondo della rete, ma si materializza in territorio, brigate, welfare, vacillanti strutture parastatali.

La protezione invocata dall’Arabia Saudita in seguito all’occupazione irachena del Kuwait nel 1990 si manifesta nel gigantesco ammasso di uomini e forze, benedetto da una risoluzione ONU nella terra che ospita la Mecca e Medina. Per Bin Laden, pronto a difendere la frontiera con migliaia di Mujaheddin reduci dal Jihad afghano contro i russi,  la presenza dei crociati nel sacro suolo dell’Islam è l’eresia definitiva, alla quale reagisce con gli attentati in Kenia e Tanzania, l’attacco al cacciatorpediniere US Cole, e l’11 settembre. Poi Madrid (2004) e Londra (2005), le ultime tragedie firmate in Occidente dalla vecchia al-Qaeda. I giorni in cui il martirio agognato (“Il corpo è pronto, è l’arma”) sul pizzino raccolto nel bazar di Sultan Wali Khan a Olbia innesca la lunga indagine della procura di Cagliari. Nell’Iraq occupato dalla NATO, invece, un giovane ed efferato discepolo di Bin Laden, il giordano al-Zarkawi, mozza le prime teste occidentali, inaugurando una tradizione che oggi continua nel califfato di al-Baghdadi, ultima forma adottata da ciò che fino al 2006 si chiamava al-Qaeda in Iraq.

È l’ultima fase del Jihad, elaborata dell’ideologo Abu Musab al-Suri: la conquista territoriale come superamento della struttura sotterranea che attraverso gesti spettacolari si propone di agglutinare una massa critica di combattenti. Il Jihad oggi ha una casa dove vivere l’esperienza totalitaria del salafismo, la lettura più severa e retriva dell’Islam sunnita.

L’esistenza di uno stato, seppur effimero, ha assorbito le disperse cellule operative che brigavano nell’ombra delle grandi capitali occidentali, e delle quiete città di provincia. Un principio che nel 2013 ha diviso al-Zawahiri, ideatore dell’attacco all’America ed erede di Bin Laden, e al-Baghdadi. Un anno prima il posticcio califfo aveva inviato Abu Muhammad al-Golani nella Siria travolta dalla guerra civile, affinché vi affermasse la presenza di ciò che allora si chiamava Stato Islamico in Iraq. La frattura ha fatto di al-Golani, rimasto fedele ad al-Qaeda, il capo indiscusso di al-Nusra, la seconda entità militare e politica jihadista nel caos siriano.

La possibilità territoriale si è imposta, inducendo all’affiliazione molti gruppi jihadisti sparsi per il globo: Nigeria, Filippine, Tailandia, Singapore, Malesia, Gaza, Algeria ed Egitto ospitano milizie che hanno sollevato il vessillo dello Stato Islamico. Iscrizioni opportunistiche a un’utopia transnazionale che trova le ragioni profonde nell’incubo economico di larghi strati della popolazione. Il terrorismo fondamentalista s’insedia negli stati infettati da sperequazioni economiche e caos. A Derna, piccolo porto che ha dato al Jihad iracheno il maggior numero di attentatori suicidi, gli stessi che negli anni ’80 combattevano in Afghanistan (finanziati dagli USA) hanno creato una città stato califfale affacciata sul Mediterraneo.

Al-Qaeda, al contempo, ha sviluppato declinazioni avanguardistiche in Somalia, Yemen, Mali, Algeria, Tunisia e Libia. Poi viene il Pakistan, asilo per al-Zawahiri e dal 2001 infido, necessario alleato occidentale più volte sorpreso a flirtare con al-Qaeda. Il Pakistan del Waziristan colpito dai maldestri droni americani, le stesse lande desertiche attraversate (all’insaputa dei corrotti servizi segreti) da due elicotteri invisibili carichi di Navy Seals, il 2 maggio 2011. Obiettivo l’imbolsito e periferico Bin Laden, patriarca superato a destra dai propri epigoni insieme alle videocassette un tempo consegnate ad al-Jazeera come poderosi ordigni mediatici. Memorie ora che i suoi eredi producono b-movies truculenti in salsa hollywoodiana. È l’effetto delle nefandezze dell’era Bush, è lo stile obamiano, che ha ridotto al minimo l’onerosa e imbarazzante presenza americana in Iraq e Afghanistan, sostituendola con l’offensiva cibernetica dal cielo e dalla tastiera. Ovunque, fin dagli anni ’70, la pioggia di petrodollari delle monarchie del Golfo, impunite finanziatrici del fondamentalismo, fedeli alleate dei popoli per bene.

Il vecchio e il nuovo jihad convivono in rapporti difficili da stabilire. Con l’operazione “Trojan Horse” il sistema scolastico inglese si è scoperto aggredito dall’interno. A Parigi l’attentato alla sede di Charlie Hebdo è stato rivendicato da al-Qaeda nella Penisola Arabica. Lupi solitari hanno colpito in Canada e Australia, rispondendo forse all’ecumenica chiamata di al-Baghdadi, che ha inviato chiunque a colpire in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, con qualsiasi mezzo. Il califfato e l’individuo, i due luoghi del Jihad. Per i governi che immaginano di difendersi sono invece milizie sempre più organizzate in stati falliti, o la moltitudine indistinguibile di cittadini mai veramente integrati. Stato, mai dimenticarlo, è un participio passato. Per natura in ritardo sulla storia.

(L’Unione Sarda/com.unica 27 aprile 2015)

Articolo di Luca Foschi, Unione Sarda del 27 aprile 2015

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